Coronavirus, quei 240 urrà per la vita: i bebè gridano speranza

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Coronavirus, quei 240 urrà per la vita: i bebè gridano speranza


ANCONA  – Duecentoquaranta bambini sono venuti al mondo da quando il virus ha varcato i confini della provincia anconetana, un mese fa. È il trionfo della vita sul Covid. Il vagito della speranza che supera i decibel della disperazione. Diventare mamma al tempo del Coronavirus non è da tutti: servono coraggio, energia, positività. L’incubo del contagio è doppio per chi ha in grembo una creatura e in alcuni casi la paura diventa realtà e si materializza in un tampone positivo. Eppure la vita vince sempre. 

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Eva, Annarosa e i due gemellini partoriti da una giovane abruzzese: chi li ha messi al mondo aveva contratto il Covid-19. Ma i neonati sono tutti sani, al nemico dell’umanità manca un potere: non può penetrare nella placenta, scudo insuperabile in grado di neutralizzare il contagio. «Tutti gli studi che sono stati condotti fin qui dimostrano che la trasmissione verticale in utero avviene raramente: vale per il Covid, ma in generale per tutti i virus influenzali», spiega il professor Andrea Ciavattini, primario della clinica di Ostetricia e Ginecologia del Salesi. Da quando la pandemia ha toccato da vicino la provincia anconetana, nell’ospedale pediatrico del capoluogo sono nati 143 bambini, più maschietti (75) che femminucce (68), con tre parti gemellari. Altre 56 creature sono venute al mondo a Jesi e 41 a Senigallia, con due coppie di gemellini e l’esperienza di una super mamma che ha partorito il sesto figlio.

 

Il rovescio della medaglia dell’emergenza: le strutture ospedaliere continuano a garantire l’attività ordinaria grazie allo straordinario impegno del personale sanitario. Ma quali pericoli corre una donna in dolce attesa, positiva al Covid? «Non è un dramma – spiega il professor Ciavattini -. Certo, se il contagio avviene in epoca molto precoce della gravidanza, la situazione va monitorata con più attenzione perpossibili complicanze indirette. Ma l’essere positiva al Covid in gravidanza non espone la donna a rischi maggiori, a differenza dell’influenza normale per la quale è necessario il vaccino, come per gli anziani. Semmai c’è da fare attenzione nella logica della nutrizione del neonato». La paziente positiva, può allattare perché, spiega il professor Ciavattini, «il latte non trasmette l’infezione, anzi può contenere eventuali anticorpi di protezione per il bimbo. Se la donna non ha sintomi, deve comunque farlo con la mascherina. Se è particolarmente sintomatica, il latte materno va somministrato tramite il biberon e il piccolo deve mantenersi a distanza adeguata». Se il bambino è nato sano, protetto dalla placenta, non significa che non si possa contagiare in seguito. «Non abbiamo molti dati a disposizione, ma il neonato positivo tende ad essere paucisintomatico, si può gestire adeguatamente», conclude il professor Ciavattini.



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fonte Corriere Adriatico

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