Ancona piange Velia Cantiani, la regina del “Bar Gino”

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Ancona piange Velia Cantiani, la regina del “Bar Gino”


 

Gino Ionna e Velia Cantiani

 

di Giampaolo Milzi

Dolce come i suoi fantastici frappè, Velia Cantiani è morta ieri alle 10, lasciandosi dietro una “storica” scia di ricordi indelebili e golosi, quelli impressi nel cuore della marea inter-generazionale di amici-clienti ultra affezionati che hanno indissolubilmente legato parte della loro adolescenza e giovinezza ad Ancona al mitico Bar Gino di piazza Cavour. Gino come il nome dell’altrettanto amatissimo marito Gino Ionna, col quale Velia aveva cementato un rapporto di coppia appassionato e amorevolissimo, nella vita e nel lavoro. L’ultimo respiro, all’età di 85 anni, nel suo letto del reparto di Medicina interna dell’ospedale Inrca del capoluogo dorico. Dove era da circa un mese in quanto sofferente di una lieve forma di Alzheimer in attesa di essere trasferita in una casa di riposo. Ma un improvviso blocco intestinale se l’è portata via. Velia Cantiani lascia il consorte – quasi 91enne, gravemente malato di diabete, disabile, ricoverato ad Urologia all’Inrca di Osimo – e i due figli, Alberto, residente a Rosora, ed Enrico, che abita a Gallignano. Velia e Gino, che coppia! E che bar! Di quel chiosco coi tavolini preso in affitto dal Comune, all’angolo della piazza dove inizia corso Stamira, vicino alla fontanella, sono stati la regina e il re dal 1967 al 1997. Un titolo nobiliare che – entrambi espressione del popolino dorico, Gino aveva anche fatto il carbonaio – era stato loro conferito dai clienti, perché sovrani illuminatissimi dell’arte di servire con umile e cordialissimo stile caffè, amari, gelati, sandwiches e tutto quello che si poteva desiderare in un locale che ha segnato una pagina del passato dorico.

Velia Cantiani al lavoro

Un locale “formidabile”, per dirla col leader del ’68 Mario Capanna, come furono “Formidabili quegli anni”, ovvero quelli del movimento “della fantasia al potere”, soprattutto tra il 1977 e i primi ’80. “Formidabili”, in vari sensi, anche gli avventori di Velia e del suo Gino. Quel bar era l’oasi della socio-ricreatività “impegnata”, dell’onirica “fantasia al potere”, della trasgressione mai abbastanza virtuosa e creativa, del “peace & love”, di uno stile di vita fricchettone, libertario, punkettaro, delle strimpellate e bevute accovacciati nell’erba dell’aiuola, dei sogni di un mondo migliore possibile e di tanto, tanto inenarrabile e resistente “altro alternativo”. Base di ritrovo, soprattutto in un certo periodo, della sinistra extraparlamentare, ma non mancavano anarchici, giovani della Fgci, femministe, artisti vari, intellettuali, qualche vecchio partigiano. Tra un aperitivo, un Caffè Borghetti e una coppa di vetro gonfia di panna montata, lì intorno si parlava e ragionava un po’ di tutto, non senza goliardia, con la politica spesso in primo piano. Velia, col sorriso sempre stampato sul suo viso minuto, ascoltava e non interveniva. Religiosissima, la sua fede erano il cattolicesimo e l’amore disinteressato per il prossimo, figuriamoci per chi si presentava al banco. Andava in pellegrinaggio a Lourdes, e spessissimo in chiesa, soprattutto in quella di Santa Maria Liberatrice a Posatora, dove domani alle 15,30 si svolgerà il funerale.

«Velia non era solo la mia mamma, ma cercava di essere la mamma di molti clienti», ricorda il figlio Enrico, che gestisce la Cremeria Vicolo, in Vicolo Niccoli, ad Osimo. In che senso? «Aveva sempre una parola di conforto per chi era giù di tono, o aveva problemi. Anche per chi era nervoso, un po’ balordo, nessuno riusciva a farla arrabbiare, la sua pazienza ed allegria erano costanti e inossidabili. E tra la seconda metà degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, quando girava l’eroina, si affezionava in particolare ai tossicodipendenti, si preoccupava per loro. Tanto che capitava che al bar si presentavano signori e signore a chiedere proprio a mia madre notizie sui loro figli ormai troppo legati all’abuso di stupefacenti. Per me e mio fratello il bar era come una seconda casa. – racconta ancora Enrico – Da piccoli, il pomeriggio, giocavamo in quell’angolo di piazza Cavour. E da più grandicelli davamo una mano al chiosco. Io a 16 anni ci lavoravo spesso, ricordo soprattutto i frappè, ne servivamo ettolitri, e mi toccava lavare bicchieri a rotta di collo». Reginetta di bar davvero, Velia. Quando era ancora fidanzata con Gino, prima del 1967, per anni hanno gestito insieme la gelateria di piazza Diaz. «Mamma c’era sempre, mio padre quando non era impegnato nell’occupazione di carbonaio», sottolinea Enrico. E poi, anche a piazza Cavour, spesso c’era solo Velia a distribuire drink, gelati e altre leccornie. Enrico: «Perché fino agli inizi degli anni ’80 papà ha lavorato come usciere alla Pinacoteca Comunale, e quindi affiancava mamma al chiosco il pomeriggio e la sera. Tra i clienti, anche persone allora già famose, come il pittore e scultore Enzo Cucchi». E come l’architetto Emilio D’Alessio, deceduto il 28 settembre dell’anno scorso, ex assessore comunale. Clienti amicissimi, quelli di Velia e Gino. La prova del nove? La rimpatriata, “formidabile” anch’essa, organizzata proprio da D’Alessio la mattina dell’11 ottobre 2014. Con Gino Ionna, sulla sedia a rotelle, accompagnato con una scusa al suo ex chiosco, ormai chiuso, da Velia e dai due figli. Un sorpresone dal sapore “amarcord”. Decine e decine di ex “Ginofili e Veliofili” presenti. Impossibile ricordarli tutti. Né tutte le storie, i ricordi rievocati. E le emozioni, il clima di festa. Alcuni non si vedevano da tantissimo tempo. A brindare c’erano musicisti come Riccardo D’Angelo e Daniele “Pula” Pauri, ex punkettari “non pentiti”, il noto commerciante ambulante Paolo Tomassoni, il professore e scrittore Alberto Sgalla, docenti universitari come Carlo Carboni e Andrea Fantini, tanti professionisti, artigiani, giornalisti e, tra molti altri, seduto a un tavolino, il famoso economista Geminello Alvi.



Fonte CronacheAncona.it

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