«Se non gli avessi sparato, mi avrebbe ucciso», Loris Pasquini confessa l’omicidio del figlio Alfredo

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«Se non gli avessi sparato, mi avrebbe ucciso», Loris Pasquini confessa l’omicidio del figlio Alfredo


SENIGALLIA – «Se non gli avessi sparato, mi avrebbe ucciso a bastonate». Loris Pasquini, 72 anni, ex funzionario presso le Ferrovie dello Stato e un passato come ufficiale di complemento nell’Esercito (tenente dell’82esimo Reggimento Aviotrasportata della Divisione Folgore a Trieste), ammette il gesto di follia con cui ha ucciso il figlio Alfredo, 26enne, al culmine dell’ennesima lite. L’omicidio, avvenuto nel pomeriggio di ieri, ha scosso profondamente la frazione di Roncitelli di Senigallia.

Sentito dai Carabinieri del Comando Provinciale di Ancona e dal Pm Paolo Gubinelli nel corso di un lungo interrogatorio durato oltre due ore e mezzo presso la caserma dei Carabinieri di via Marchetti a Senigallia, Pasquini ha collaborato, cercando di rispondere a tutti gli interrogativi posti dagli inquirenti.

«Erano sette anni d’inferno, una situazione insostenibile, ingovernabile, eravamo costretti a dormire chiusi a chiave in camera per paura che ci facesse del male», ha ripetuto tante volte l’uomo, come a cercare di liberarsi di un peso. Ha parlato delle liti frequenti con il figlio, sullo sfondo delle quali si stagliano i periodi difficili per i problemi del ragazzo legati presumibilmente all’assunzione di sostanze stupefacenti e alla malattia psichiatrica (era seguito dal Centro di Salute mentale di Senigallia ed era in cura farmacologica, ma secondo il padre ultimamente avrebbe smesso di assumere i farmaci). Ha ammesso delle continue e pressanti richieste di denaro («Mio figlio vive con una pensione di invalidità, che dopo 48 ore era già finita perché ci acquistava la droga», ha detto agli investigatori), le sue frequentazioni («Gente poco raccomandabile, tanta e che non conosco, ma che girava sempre intorno a mio figlio») legate a un giro che lo avrebbe potuto distruggere. Disperazione ed esasperazione, quanto trapelato nelle parole dell’uomo, che nella nottata di lunedì è stato rinchiuso al carcere di Montacuto con l’accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela.

Loris Pasquini, in carcere con l’accusa dell’omicidio volontario aggravato del figlio

La ricostruzione durante l’interrogatorio.
Secondo la ricostruzione che Loris Pasquini ha fatto al Pm e ai carabinieri, davanti al suo avvocato difensore Roberto Regni del foro di Ancona, ieri pomeriggio mentre lui e la sua compagna (una donna thailandese di 50 anni) stavano facendo dei lavoretti agricoli, il figlio che si trovava in casa con un “amico” (di cui Pasquini non conosce le generalità) è uscito e ha chiesto al padre di accompagnarli alla fermata dell’autobus perché l’amico sarebbe tornato a casa con la corriera delle 17. Il padre, lasciando i lavori che stava facendo, ha acconsentito. Ma lungo la strada del ritorno, improvvisamente il figlio avrebbe iniziato a inveire contro il padre, senza motivo, con scatti di violenza e aggressività. «Te la faccio pagare», «a te ci penso io», gli avrebbe urlato contro, sferrandogli pugni e schiaffi. L’uomo, cercando di tenere saldo il volante per non uscire di strada, avrebbe cercato di non raccogliere le provocazioni. «L’ho fatto sfogare e urlare – ha detto agli inquirenti – perché sapevo che se avessi reagito sarebbe stato peggio. Non era la prima volta, in sette anni accadeva spesso. Mi sono preso un po’ di botte e di minacce, ma ho tenuto fino a casa».

L’intervento dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine

Usciti dalla macchina, il figlio avrebbe trovato un grosso bastone a terra e con quello si sarebbe avventato contro il genitore, che ha tentato di ripararsi la testa con il braccio sinistro, completamente tumefatto e gonfio. A quel punto, sentendo le urla provenire dal cortile, la compagna sarebbe accorsa trovando Alfredo fuori di sé che stava aggredendo il padre con un grosso bastone. La donna, intervenuta per dividerli, ha consentito a Loris di divincolarsi e rientrare in casa.

Pochi istanti dopo, l’uomo sarebbe uscito con la pistola, rivolta verso il figlio, dapprima in segno di minaccia. «Ma quando si è scagliato contro di me brandendo il bastone ho fatto fuoco – ha detto ancora il padre – non volevo sparargli, ma solo minacciarlo, poi mi è arrivato contro come una furia, mi avrebbe ammazzato, allora ho sparato mirando alle gambe». Ma il colpo, uno solo, ha colpito il figlio alla gola. Il giovane è riuscito tuttavia a rientrare in casa, salire fino in camera e chiudersi a chiave. Ha chiamato il 118 dicendo «correte, mio padre mi ha sparato», prima di stramazzare sul pavimento in un lago di sangue. All’arrivo dei sanitari era tardi. Alfredo era già spirato. I carabinieri hanno condotto Loris Pasquini in caserma per essere interrogato. Molte ore dopo, la salma del figlio è stata rimossa, su autorizzazione del magistrato, e portata all’obitorio di Torrette dove sarà sottoposta ad autopsia nei prossimi giorni. Loris non ha visto il cadavere del figlio.

L’arma illegale.
L’arma da cui è esploso il colpo, una Beretta calibro 9 automatica, un modello della seconda guerra mondiale (fabbricata nel 1934), detenuta da Loris Pasquini illegalmente, era stata reperita sette anni prima, a suo dire «per paura dei ladri, abitando in una zona molto isolata». Sono in corso da parte degli esperti del Reparto Operativo del Comando Provinciale dei Carabinieri tutte le perizie balistiche e gli accertamenti del caso per capire la provenienza dell’arma, che era custodita da Pasquini in un armadietto. Anche la casa colonica bifamiliare dove Loris Pasquini e la compagna abitavano al pianterreno e il figlio Alfredo al primo piano, è ancora all’attenzione dei militari che stanno continuando i sopralluoghi tecnico-scientifici e la repertazione di elementi utili alle indagini. L’abitazione è sotto sequestro.

L’avvocato Roberto Regni ha assunto la difesa di Loris Pasquini

Loris Pasquini, difeso dall’avvocato Roberto Regni del foro di Ancona, sarà sottoposto a interrogatorio di garanzia e alla convalida dell’arresto davanti al Gip Sonia Piermartini, il 1 aprile alle ore 10 dalla piattaforma Teams. I carabinieri hanno tentato di sentire anche la sua compagna, presente in casa al momento dell’omicidio: la donna ha difficoltà a parlare italiano o inglese, è sotto choc, ricorda poco. Al momento non è indagata. I militari stanno cercando di individuare dei testimoni per ricostruire le circostanze che hanno portato all’omicidio.

I carabinieri sul luogo del delitto





fonte Centropagina

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