«Private equity o pubblico purché si facciano investimenti»

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Alessio Gnaccarini

PESARO – Cinquemila metriquadrati (3.200 coperti), saranno a fine anno il nuovo quartier generale, sempre a Montelabbate; ingegneri, chimici, fisici, biologi, architetti e ricercatori, oltre 20 professionisti impegnati; un laboratorio di certificazione di prodotti e qualità, che si gioca la leadership in Italia; l’offerta di una formazione qualificata, attraverso la nascita – 5 anni fa – dell’Istituto tecnico superiore per il legno-arredo, in collaborazione con aziende, scuole e università.

 

 

Tutto questo e tant’altro è il Cosmob, centro di competenze specialistiche per sviluppare innovazione, strategie e prodotti nel settore dell’arredamento. Un modello che funziona perché ha una gestione manageriale e vision chiara, perché il focus è concentrato solo su fattori di business avanzati, grazie a una governance che vede impegnati (volontariamente, senza gettoni, ndr.) imprenditori del settore e perché l’assenza di finanziamenti pubblici è stata la leva per concentrarsi sul mercato, una sorta di fattore di libertà.

Due prossime sfide
«Il Cosmob è una prospettiva per spingere i giovani verso la creatività, il made in Italy, il manifatturiero». Dietro le parole di Alessio Gnaccarini, c’è un’idea intrigante di sviluppo: trasferire il Centro da Montelabbate a Pesaro. «Bisogna riportare l’attenzione sul sistema industriale e sul settore dell’arredamento in particolare: industria e l’artigianato hanno sostenuto negli anni lo sviluppo del nostro territorio e oggi sembrano uscite fuori dal dibattito pubblico, quasi non fossero più un ‘mondo per i giovani’». L’altra sfida è legata alle risorse: il Cosmob è una struttura che si colloca in una dimensione internazionale e si sostiene solo se è in grado di attrarre interessi globali. Di conseguenza la dimensione fisica e tecnologica non è più quella di sanare i bilanci (positivi da oltre un decennio, ndr.), ma di essere competitivi nel mondo. Obiettivo che si raggiunge attraverso investimenti importanti: private equity o risorse pubbliche.

Pubblico e privato
«Il pubblico ha creato le condizioni iniziali per farci iniziare – spiega Gnaccarini – e ora, se crede in questo tipo di politica, può giocare la partita in maniera seria ed etica e rappresentare un volano utile». La condizione è che «ci sia un intervento di indirizzo e non di ingerenza nella gestione, che dovrà rimanere manageriale». Infine la certificazione Made in Italy Cosmob: da Scavolini a Lube e Stosa, ma anche Mondo Convenienza.«Non è un etichetta, ma un controllo su due aspetti: il prodotto dev’essere sicuro e ben fatto; le fasi di lavorazione prevalenti, sia quelle interne che dei principali fornitori che portano alla costruzione del prodotto, devono essere realizzate in Italia». Un modo per dare un valore oggettivo e misurabile all’essere ‘made-in-Italy’, una garanzia di un prodotto a tutti gli effetti differente da quello dei competitor. Gnaccarini ha solo un rimpianto: «Mi sarebbe piaciuto che fossero i piccoli terzisti a stimolare il processo di certificazione del made-in-Italy. La risposta è stata fredda, ma nel frattempo la Gdo ha preso coscienza di quanto sia necessario avere un sistema di approvvigionamento strutturato e di qualità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 



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fonte Corriere Adriatico

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