«Il green pass è burocrazia, soltanto con il richiamo c’è la protezione al virus»

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«Il green pass è burocrazia, soltanto con il richiamo c’è la protezione al virus»

Dottor Luca Butini, primario di Immunologia clinica a Torrette: ce li aspettavamo questi casi positivi fra i vaccinati con la prima dosi di anticovid. Eppure c’è chi si sorprende.
«Chi si sottopone alla profilassi deve essere consapevole del grado di protezione. Solo con due dosi di vaccino – tranne Johnson & Johnson – e dopo un paio di settimane dalla seconda inoculazione si sviluppa la protezione che viene assicurata dal siero. Con una sola somministrazione si possono avere in tasca tutti i green pass del mondo ma si è a rischio e quindi ci si può infettare. Anche se probabilmente si potrebbe sviluppare una malattia non gravissima».
Appunto, i green pass. Il ministero li ha distribuiti anche a chi non ha ancora effettuato il richiamo, tanto che adesso a livello nazionale inizia il dibattito sull’opportunità di certificare solo con la seconda dose.
«Il green pass in questo caso credo sia più burocratico che biologico, per garantire alle persone la possibilità di spostarsi e a beneficio di chi svolge un’attività basata proprio su tali spostamenti. Ripeto però che occorre avere la consapevolezza che la prima dose non garantisce l’immunità necessaria per fronteggiare il virus».
La regola numero uno.
«Fare entrambe le dosi ma soprattutto vaccinarsi, perchè ancora resta fuori una quota troppo significativa della popolazione. Anche tra gli over 60, fascia di età potenzialmente più a rischio di eventi clinici significativi in caso di contagio da Covid. E ripeto: la prima inoculazione – fatta eccezione le persone già guarite dal Covid – non conferisce immunità tale da garantire il risultato di una protezione dall’infezione o dalla malattia grave come con due dosi».
Eppure anche nelle Marche ci sono operatori sanitari che schivano il vaccino.
«Per me è davvero incomprensibile come una persona che abbia scelto di fare questo tipo di professione sia impermeabile di fronte ad una evidenza scientifica che va nettamente a favore della vaccinazione. Posso comprendere questo tipo di atteggiamento in una persona che ha deciso di non approfondire i risultati e che continua a mantenere la sua posizione a prescindere da tutto. Ma l’atteggiamento di alcuni sanitari davvero non lo capisco. E in questo contesto è naturale che il sistema prenda le proprie contromisure».
Nel reparto che dirige ci sono operatori o medici no vax?
«Assolutamente no. C’è stato anche un momento in cui ne abbiamo parlato e nessuno ha messo mai in dubbio la necessità di sottoporsi alla profilassi. Tanto che l’abbiamo già fatto a gennaio». 
Si aspettava una simile emergenza nel 2020?
«Ci aspettavamo più una pandemia da virus influenzali. La pandemia da Coronavirus forse più attesa dai virologi perchè conoscono questi virus».
Quando si raggiunge l’immunità di gregge?
«L’immunità di gregge non è la stessa per tutte le infezioni. I primi studi sul Covid basati su proiezioni matematiche sulla capacità diffusiva del virus, hanno ritenuto il 70%-80% un muro sufficientemente alto per proteggere la popolazione. Per il morbillo, tanto per fare un esempio, è il 95%. Se consideriamo anche gli under 12 nel 100% della popolazione (e che adesso non si possono vaccinare), a maggior ragione dobbiamo concentrarci sul resto delle fasce di età per arrivare a coprire quanti più marchigiani possibili». 
E occhio alle varianti.
«Quelle che abbiamo visto fino ad oggi nascono ad una normale risposta evolutiva del Sars-Cov2. Dobbiamo fare tesoro delle misure di contrasto che stiamo applicando ma soprattutto se vacciniamo male nelle aree del mondo in cui il virus corre, si potrebbero selezionare mutazioni in grado di aggirare i vaccini. che consentono di aggirare. Dunque nessuno – nè i singoli cittadini, nè i Paesi più sviluppati nei confronti di quelli meno sviluppati – si deve tirare indietro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimo aggiornamento: 6 Luglio, 02:30


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fonte Corriere Adriatico

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